Cammina nella storia

Il Parco di Gutturu Mannu si estende su un vasto territorio montano, segnato da profonde vallate e ricoperto da fitte distese forestali. La sua geomorfologia accidentata, insieme alla ricchezza di risorse naturali, ha da sempre orientato le modalità con cui l’uomo ha frequentato e trasformato il paesaggio. L’asperità dei rilievi ha posto vincoli naturali all’insediamento umano, ma al contempo l’abbondanza di risorse trofiche, forestali e minerarie ha favorito lo sviluppo di strategie abitative e produttive sempre più complesse e integrate con il paesaggio.

Dalle prime frequentazioni preistoriche fino all’intensa attività mineraria dell’età moderna, ogni fase ha lasciato un segno nel territorio, creando un intreccio di tracce visibili e invisibili che raccontano la lunga storia dell’interazione tra comunità e ambiente.
Oggi il Parco si presenta come un ecosistema culturale stratificato, in cui evidenze multiformi – talvolta labili, altre volte inequivocabili – si intrecciano con il paesaggio. È la stessa naturalità di questi luoghi a custodire le testimonianze del passato e, al tempo stesso, a celarne molte altre: in questo quadro, la conoscenza del territorio rimane un processo in divenire, destinato a offrire nuove letture e ad alimentare costantemente il racconto dell’Ecomuseo del Gutturu Mannu.

Timeline storica

Età Preistorica

Il Parco del Gutturu Mannu conserva alcune testimonianze, per quanto labili, delle prime forme di occupazione del territorio...

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Età Preistorica

Il Parco del Gutturu Mannu conserva alcune testimonianze, per quanto labili, delle prime forme di occupazione del territorio. Le comunità preistoriche privilegiarono in genere i settori collinari e costieri, più favorevoli all’insediamento; tuttavia, a partire dal Neolitico recente-finale (prima metà del IV millennio a.C.) si registra un interesse anche per la fascia montuosa del Gutturu Mannu, sebbene limitato alle aree più periferiche. Ad oggi, infatti, non sono note evidenze archeologiche preistoriche nelle zone interne del Parco.

Tra le testimonianze più antiche si annoverano alcune strutture megalitiche, tra cui due menhir: uno, oggi abbattuto, in località Punta de Pisolu (Pula), e un secondo, di tipo proto-antropomorfo, ancora eretto in situ presso Su Campusantu ‘e Is Arruus (Capoterra). Dall’area del nuraghe De Gangiu (Pula) potrebbe inoltre provenire un ulteriore monumento megalitico, interpretato come un dolmen. Presso i confini del Parco si riscontra anche l’uso funerario delle cavità naturali: la grotta Sa Mitza de S’Orku (Domus de Maria) ha restituito materiali riferibili alla cultura di Ozieri, orizzonte culturale che caratterizza il Neolitico recente-finale.

Ad oggi, tali testimonianze archeologiche a cavallo tra il Neolitico recente-finale e l’Eneolitico rappresentano le più antiche del territorio del Gutturu Mannu.

Nel corso dell’età del Rame (seconda metà del IV – fine del III millennio a.C.) le aree montane sembrano mantenere un ruolo marginale nelle scelte insediative, ma vengono comunque frequentate. A questa fase appartiene l’utilizzo funerario della Grotta B di Pantaleo (Santadi), immersa nella foresta dell’omonima località, alle porte del Gutturu Mannu. L’antica età del Bronzo, alla quale si associa la facies Bonnanaro (primi secoli del II millennio a.C.), è documentata dalle sepolture della Grotta Oriana (Domus de Maria – Teulada) e dai materiali della medesima fase provenienti dalla Grotta A di Pantaleo (Santadi), confermando la continuità di frequentazione delle cavità naturali.

Nel loro insieme, queste evidenze, sebbene numericamente limitate rispetto all’ampio arco cronologico considerato - compreso tra il Neolitico finale e l’antica Età del Bronzo -, testimoniano un precoce interesse per il territorio del Gutturu Mannu, pur apparentemente circoscritto alle aree periferiche della fascia montuosa.

Età Protostorica

Il territorio del Parco conserva testimonianze significative della fase protostorica, che documentano un’occupazione organizzata...

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Età Protostorica

Il territorio del Parco conserva testimonianze significative della fase protostorica, che documentano un’occupazione organizzata e una crescente penetrazione nelle aree interne del comprensorio montano. Rispetto alle fasi precedenti, il modello insediativo appare più strutturato e caratterizzato da un utilizzo intensivo delle risorse naturali, con la conseguente necessità di controllare punti strategici del territorio.

Dalla distribuzione dei siti emerge subito l’occupazione di aree finora poco documentate, come la valle del rio Gutturu Mannu, corridoio naturale che collega i versanti orientale e occidentale dell’apparato montuoso. Qui spiccano il nuraghe complesso Fanebas con villaggio annesso e gli insediamenti di Arcu Perdu Secci e Bidd’e Mores (Assemini).

Una consistente presenza di siti si registra sui rilievi sud-orientali, in corrispondenza del territorio di Pula, dove i nuraghi Punta Eva, Mangallu e De Gangiu dominano la piana che digrada verso il mare. A essi si aggiungono gli insediamenti di Punta Is Molas, Dispensa Procile, Su Cemitoriu e Punta de Pisolu, anche se alcune strutture risultano di difficile lettura, in quanto parzialmente danneggiate o rifrequentate in fasi successive. Nella fascia montuosa di Domus de Maria si trovano invece il nuraghe Brabudu e il nuraghe Punta de Su Forru con villaggio annesso, mentre sul versante opposto del Parco, alle porte della foresta di Pantaleo, domina su un modesto rilievo il nuraghe Arcu de Mesu, la cui posizione evidenzia l’importanza strategica dei punti elevati nella rete di controllo del territorio. In età protostorica si osservano anche rifrequentazioni di aree già popolate in precedenza, come l’insediamento di Su Campusantu ‘e Is Arruus (Capoterra), che interessa un’area con testimonianze di età neo-eneolitica.

Le evidenze collegate all’ambito cultuale rimangono più incerte: un esempio è il contesto di Corriaxiu (Sarroch), interpretato con cautela come possibile pozzo sacro. Al contrario, le strutture funerarie sono documentate in numero elevato: numerose tombe di giganti si trovano lungo la fascia pedemontana e costiera orientale, alle pendici dei monti di Villa San Pietro e di Sarroch, talora con una densità di distribuzione eccezionale. In località Su Lilloni (Villa San Pietro) sono state individuate tre tombe dei giganti, la cui concentrazione in tal numero nello stesso areale non è consueta. Un altro esempio, che si trova a una delle quote più basse nella fascia pedemontana del Parco, è la tomba dei giganti di Perda ‘e Accuzzai (Villa San Pietro), contesto di straordinario interesse per i materiali rinvenuti e per l’inusuale struttura. In prossimità del Parco, inoltre, sono note anche le tombe dei giganti Sa Femmina Morta, Balloi I e Balloi II (Sarroch), San Filippo (Villa San Pietro), Brabudu (Domus De Maria).

Infine, l’eccezionale rinvenimento di bronzi figurati e spade votive alle falde del monte Arcosu (Uta) ci restituisce una straordinaria testimonianza della prima età del Ferro.

Queste testimonianze, numericamente più consistenti e distribuite su un areale più ampio rispetto ai millenni precedenti, documentano un interesse crescente e più organizzato per il territorio del Gutturu Mannu. La distribuzione di insediamenti e strutture funerarie sui rilievi e sulle fasce pedemontane mostra come le comunità del passato cominciassero a strutturare il paesaggio in maniera più sistematica, integrando strategie di controllo del territorio e uso delle risorse naturali.

Età Punica

Il territorio del Parco conserva flebili testimonianze della fase punica, rappresentata unicamente da tre aree insediative...

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Età Punica

Il territorio del Parco conserva flebili testimonianze della fase punica, rappresentata unicamente da tre aree insediative: la località Case Sant’Antonio - Assemini, S’Arcu ‘e Su Schisorgiu – Santadi, Campanasissa - Siliqua. La presenza di questi siti rappresenta una delle modalità di gestione del territorio adottate nella colonizzazione dell’area a partire dalla fine del VI sec. a.C., che si configura, in questo caso, con il moltiplicarsi degli insediamenti e con il controllo delle vie di comunicazione e dei valichi. Così si interpretano quei centri disposti lungo la via naturale di passaggio che porta dal Sulcis al Campidano, attraverso le valli dei rii di Santadi e del Gutturu Mannu, in cui si individuano Pani Loriga, Pantaleo, S’Arcu ’e Su Schisorgiu, Sant’Antonio, o quelli di collegamento con le aree minerarie dell’Iglesiente, che comprendono gli snodi di Campanasissa e Medau Casteddu. È evidente che si tratti di un’organizzazione territoriale che prevede più livelli: da un lato si ha il controllo dei centri costieri di tradizione fenicia, come Nora, Sulci, Bithia, assurti alla dignità urbana con la costruzione di importanti infrastrutture, tra le quali il porto rappresenta al meglio la propensione commerciale punica; dall’altro si assume il controllo di importanti centri dell’entroterra, come nel caso di Pani Loriga, situato strategicamente a controllo dei giacimenti minerari di Monte Rosas e Monte Cerbus; infine, si fondano piccoli centri rurali, situati nelle aree dedicate all’estensiva produzione cerealicola e a controllo delle vie di passaggio.

Età Romana

Il territorio del Parco conserva numerose tracce di età romana, che testimoniano un forte aumento della presenza antropica e una progressiva organizzazione dello spazio...

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Età Romana

Il territorio del Parco conserva numerose tracce di età romana, che testimoniano un forte aumento della presenza antropica e una progressiva organizzazione dello spazio. Questo processo va messo in relazione con l’ingresso della Sardegna nell’orbita di Roma: nel 238 a.C. l’isola entrò infatti a far parte dei possedimenti romani, per poi costituire una provincia insieme alla Corsica nel 227 a.C.

Nel quadro delle evidenze archeologiche locali, gli insediamenti romani si sovrappongono in parte ad aree già frequentate in epoca punica, come Campanasissa e Case Sant’Antonio, e in epoche ancora più antiche, nuragiche, come Punta Is Molas, Arcu de Perdu Secci, Bidd’e Mores, Su Campusantu ‘e Is Arruus, Su Cemitoriu e Dispensa Procile.

Più spesso, però, la presenza romana è legata alla fondazione di nuovi nuclei insediativi, testimoniati dalla numerosa presenza di aree funerarie, che documentano la diffusione della comunità romana sul territorio e la vita delle sue comunità.

Tra questi si ricordano le necropoli di Sedda de Terri, Procileddu, Tuppa, Pius Longus, Perdu Melis, Balloi, Bacchialinu e Su Genovesu; i villaggi con necropoli di Cuile Sa Sugraxia e Porcili Mannu; l’insediamento di Porcili Mannu; i complessi di Pantaleo, Baroni e Cuili Is Scillaras, oltre alle aree di Baraccheddas e Casa Gotti.

I siti oggi conosciuti rappresentano solo una parte della reale presenza romana nel Gutturu Mannu, che doveva essere molto più estesa. Tuttavia, essi mostrano chiaramente come i Romani sfruttassero in modo mirato le caratteristiche del territorio, scegliendo luoghi strategici per il controllo e per le attività produttive.

Il dominio di Roma non si limitò alla riorganizzazione dei grandi centri costieri di origine punica (come Karales, Nora e Sulci), ma si estese soprattutto alle campagne e alle zone interne. Qui si sviluppò una rete di piccoli insediamenti rurali — spesso costruiti su siti più antichi — destinati al controllo del territorio e allo sfruttamento delle risorse agricole, forestali e pastorali.

A questo sistema si collega anche la presenza di numerose ville rustiche, tipiche residenze di campagna romane. In molti casi si conservano ancora i resti dei loro complessi termali, segno di insediamenti stabili e organizzati.

Un esempio emblematico è quello delle terme di Is Figueras, nella foresta di Pantaleo. Qui sorgeva un vasto complesso residenziale, attivo già in epoche precedenti ma particolarmente sviluppato in età romana, la cui economia era basata principalmente sullo sfruttamento delle risorse boschive e sull’allevamento.

Età Medioevale

Il territorio del Parco conserva rare testimonianze della fase medievale...

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Età Medioevale

Il territorio del Parco conserva rare testimonianze della fase medievale. Il territorio del Parco, fin dal Medioevo organizzato in feudi appartenenti alla Corona e a signori laici, includeva i cosiddetti “salti”: aree boscate, lontane dagli abitati, marginali sul piano sociale ma fondamentali per l’economia pastorale. In questi spazi si esercitavano diritti consuetudinari, detti ademprivi, che comprendevano il pascolo, la raccolta di legna, frutti ed erbe spontanee, oltre a una limitata attività di semina. Pur essendo consentito il prelievo di legna per scopi domestici e artigianali, il taglio degli alberi ad alto fusto rimaneva prerogativa statale. Nonostante le restrizioni, le infrazioni erano frequenti, con pratiche come il disboscamento o l’uso del fuoco per aprire nuovi terreni coltivabili. Il diritto di legnatico spettava a tutti i vassalli di uno stesso feudo, anche se residenti in villaggi diversi, e in alcuni casi veniva esteso all’intera popolazione di città, come accadde per Cagliari.

Dal punto di vista archeologico, a partire dall’età tardoantica le informazioni sul popolamento del Parco diventano estremamente scarse, rendendo difficile ricostruirne la reale consistenza e articolazione insediativa. I pochi contesti oggi noti, riferibili in modo generico a una fase medievale o, più ampiamente, “storica”, sono costituiti per lo più da strutture annesse o impiantate su preesistenze di età romana e nuragica, come nel caso di Bidd’e Mores. A ciò si aggiungono le rifrequentazioni di età moderna e contemporanea, che hanno ulteriormente compromesso la leggibilità delle possibili fasi medievali. In assenza di indagini stratigrafiche sistematiche, risulta pertanto complesso attribuire con certezza le poche evidenze conservate — spesso ridotte a brevi tratti murari rettilinei e a materiali sporadici di superficie — a una specifica fase cronologica e a un preciso contesto storico. A questa descrizione corrispondono, purtroppo, l’insediamento di Is Pauceris ad Assemini e la struttura in località San Filippo a Villa San Pietro.

Età Moderna e Contemporanea

Le rifrequentazioni di età moderna e contemporanea hanno compromesso la lettura delle fasi medievali...

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Età moderna

Il territorio del Parco conserva tracce profonde della fase moderna e contemporanea, periodo in cui l’interesse per le risorse forestali e minerarie si intensifica e lascia segni tuttora leggibili nel paesaggio. Dalla fine del Medioevo fino alla metà dell’Ottocento, questi territori condividevano usi collettivi e amministrazione comunitaria dei boschi, mentre il loro valore economico cresceva progressivamente. La svolta avvenne con la legge abolitiva degli ademprivi del 1865: la privatizzazione delle foreste tra il 1870 e il 1880 aprì una stagione di intenso sfruttamento, attirando imprenditori provenienti da diverse regioni italiane e dall’estero. Alcuni operarono secondo criteri di gestione razionale, altri, invece, sottoposero intere aree a tagli rasi senza riserve, impoverendo i soprassuoli e degradando i terreni.

Nel corso dell’Ottocento le foreste furono coinvolte anche nella produzione di traversine ferroviarie, con le principali leccete – da Assemini a Pula – considerate risorse strategiche. Già negli anni Quaranta i funzionari forestali manifestavano preoccupazione per l’intensità dei prelievi. La foresta di Pula, venduta nel 1881 all’imprenditore Giuseppe Tonietti, fu sottoposta a taglio raso per la produzione di tannino e carbone, con centri operativi a Is Cannoneris e Pixinamanna collegati da una rete interna che consentiva il trasporto dei materiali fino al mare, in località Cala Bernardini.

Parallelamente, il territorio fu interessato da una significativa stagione mineraria. La miniera di San Leone, situata tra i territori di Assemini e Capoterra, fu tra i poli estrattivi più rilevanti. Specializzata nell’estrazione di minerali di ferro, sviluppò un sistema articolato di gallerie, infrastrutture, edifici di servizio e punti di carico. L’attività raggiunse il massimo sviluppo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, lasciando testimonianze significative di archeologia industriale tuttora riconoscibili nel paesaggio. La miniera cessò l’attività nel 1963, in seguito all’esaurimento dei filoni e al mutato contesto economico, e fu progressivamente abbandonata. La miniera di Monte Santo, ubicata nel territorio di Pula, mirava allo sfruttamento dei giacimenti di ferro e piombo presenti nell’area. Sebbene i segni oggi visibili sul territorio siano piuttosto esigue, tale storia mineraria è ben documentata dalle fonti bibliografiche e archivistiche. I ruderi degli edifici, le vecchie gallerie, la discarica mineraria e le tracce degli antichi sentieri di servizio – ormai quasi inglobati dalla vegetazione – testimoniano forme di insediamento precario e uno sfruttamento non continuativo, tipici della piccola industria mineraria sviluppatasi nella zona nel XIX secolo.

Nelle stesse decadi, le proprietà di Pantaleo e Gutturu Mannu, acquisite dalla Società francese des Hauts Fourneaux, divennero il fulcro di un articolato sistema produttivo basato sull’utilizzo del legname. Durante la prima guerra mondiale a Pantaleo fu realizzato un impianto per la distillazione secca del legno, destinato a carbone vegetale, acido acetico, alcool metilico e acetone per l’industria bellica. Il complesso era collegato ai boschi tramite teleferiche e linee Decauville, oltre a una ferrovia di trenta chilometri che consentiva il trasporto dei materiali verso Santadi e Porto Botte. Lo stabilimento cessò l’attività nel 1920 e fu demolito nel 1936, mentre il trasporto dei prodotti forestali continuò fino alla seconda guerra mondiale.

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